Recensione PRIDE

Il protagonista della  recensione di oggi è Pride, splendida commedia impegnata di Matthew Warchus, presentata al festival di Cannes nel 2014 e vincitore della Queer Palm. Già questo dovrebbe far capire allo spettatore più attento di cosa ci apprestiamo a parlare. La Queer Palm, infatti, è un premio istituito nel 2010 dal giornalista Franck Finance-Madureira e che viene assegnato a film che trattano tematiche LGBT.
Siamo nel 1984, in piena era “tatcheriana”, e benché il film si apra nel bel mezzo del Gay Pride, al centro della vicenda c’è un’altra contestazione: quella dei minatori che si ribellarono alla decisione del primo ministro di chiudere alcune miniere di carbone. Insieme a Joe, giovane fotografo protagonista del film (tra l’altro questo è una dei pochi personaggi principali a essere “inventato”) che ancora vive di nascosto la sua omosessualità, veniamo trasportati nel cuore del movimento per l’acquisizione dei diritti gay.

Insieme a Joe facciamo la conoscenza di alcuni personaggi chiave della vicenda, in primis Mark Ashton e Jonathan Blake brillantemente interpretati da Ben Schnetzer e Dominic West. E così, in un piccolo negozietto londinese, scopriamo il piano di Mark: offrire ai minatori in lotta contro la Tatcher il proprio supporto in modo da dimostrare che la situazione degli operai non è molto diversa da quella degli omosessuali, sempre emarginati sono! Con queste premesse nasce il gruppo LGSM: lesbiche e gay sostengono i minatori, peccato che nessuno sia disposto ad accettare il loro sostegno. Solo un remoto paesino del Galles, Onllwyn, sarà disposto ad avviare un dialogo. Attraverso il primo incontro tra questi due mondi: quello sgargiante dei giovani omosessuali londinesi e quello grigio e cupo degli attempati minatori si sviluppa dunque il cuore del film. Si tratta di un incontro emozionante, in cui crollano le barriere a dispetto delle immediate differenze: “voi siete i primi gay che incontrano, voi siete i primi minatori che abbiamo mai visto…” Chiaramente da qui in poi non sarà tutta in discesa, per i gay è molto più facile “accettare” i minatori rispetto al modo in cui i giovani londinesi saranno accolti in Galles ma è proprio così che un incontro improbabile darà inizio ad una splendida amicizia e ad un commovente caso di solidarietà.
Davanti a Pride la critica si è divisa, alcuni l’hanno salutato come la miglior commedia dell’anno, capace di raccontare una realtà storica problematica a molti sconosciuta in modo leggero e impegnato allo stesso tempo mentre altri hanno accusato il film e in particolar modo il regista di aver giocato troppo con gli stereotipi. Cerchiamo di capire meglio queste accuse: cosa si intende per stereotipi in Pride? Da un lato si tratta di un ammiccamento spiccatamente cinematografico grazie al quale Warchus sfrutta atmosfere e stilemi dal successo garantito. Per farla breve e in questo caso mi rivolgo a chi ha già visto il film: quanti di voi non si sono accorti delle somiglianze tra Pride e film come Full Monty, Billy Elliot, Trainspotting o I love radio rock? Si tratta di qualcosa non sempre facile da spiegare ma è innegabile che l’aria che si respira, i colori e talvolta i temi ricordano quelli dei migliori film inglesi. D’altra parte è uno stile, non proprio un marchio di fabbrica ma è innegabile che dire british movie porti con sé una serie di aspettative che il regista si sente chiamato a rispettare. E per fortuna che questo è stato anche in Pride! L’altro punto, il più ovvio ma anche il più importante da sfatare, è quello relativo ai cliché proposti dal film a livello contenutistico. I gay ballano e la critica impazzisce: perché Warchus tira fuori una delle più grandi ovvietà relative al mondo omosessuale? Non lo so, ma so quanto il ballo sia importante all’interno di questo film. Personalmente, quando ho visto Pride, ho sì pensato che fosse un po’ scontato vedere Dominic West scatenarsi nella palestra in mezzo ai gallesi impietriti ma ho anche pensato che quella scena fosse una delle più belle e significative per la trama. Sarà proprio il ballo a fungere da collante tra le due comunità, il ballo che come una speranza si insinua tra i tristi minatori e dà loro un’occasione di svago. Un po’ come nella sala di Jimmy di cui abbiamo già ampiamente discusso, in quell’asettica stanza due gruppi scoprono che si può essere amici al di là delle differenze, i pregiudizi vengono sfatati, le barriere crollano e iniziano le danze… Altra critica mossa al film è relativa al fatto che le vicende storiche, reali sono state messe in secondo piano: la battaglia dei minatori infatti ebbe un esito infelice per loro. Non è che Pride questo non lo dica, ma semplicemente sceglie di dare spazio a qualcos’altro, all’umanità e ai sentimenti di queste persone. Pride non è un documentario e per forza di cose fa delle scelte: racconta le difficoltà di un giovane come Joe di fare coming out, i sogni infranti e le aspirazioni messe in un cassetto da parte dei minatori e c’è persino lo spettro dell’AIDS che aleggia e che di lì a poco tempo avrebbe messo in ginocchio la comunità gay. Lo stesso Mark Ashton, nel 1987 sarebbe morto a causa di questa malattia e in sua memoria fu creato il Mark Ashton Trust per raccogliere fondi per le persone sieropositive.
Tutto questo per convincervi che Pride è un film assolutamente da non perdere e che sono molto orgogliosa di aver inserito nella nostra rassegna estiva. Pride racconta una storia vera ma lo fa proponendoci un’utopia che non è tanto ingenua da farci credere che siamo tutti uguali e che un minatore del Galles è identico ad un attivista omosessuale londinese, ma suggerendo che sono proprio le nostre differenze a creare valore. Una volta superata l’iniziale e, in questo caso, comica diffidenza quelle che erano divergenze diventano i nostri punti di forza e possano essere usati per fare qualcosa di buono insieme!

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