Recensione Grand budapest hotel

A partire da questa recensione vorremmo raccontarvi un’esperienza recentemente conclusasi nel nostro CineClub ovvero la prima rassegna cinematografica organizzata da alcuni ragazzi della zona. Il tema che abbiamo scelto come filo conduttore è stato quello della famiglia, scelta in parte casuale e dettata dalla consapevolezza che, nonostante questa idea possa sembrare un po’ superata, sia in realtà ancora fortemente presente nei prodotti mediali che consumiamo quotidianamente. La rassegna si è aperta con l’opera di un regista che, personalmente, ammiro moltissimo dal momento che penso sia uno dei pochi a meritare il titolo di Autore in quanto capace di rendersi riconoscibile sin dalla prima inquadratura dei suoi film. Sto parlando di Wes Anderson, regista americano classe 1969, e del suo ultimo film, Grand Budapest Hotel, reduce di 4 premi Oscar (tra cui ricordiamo il riconoscimento per i migliori costumi andato all’italiana Milena Canonero) anche se ancora mancano all’appello le statuette più prestigiose.

Attraverso una serie di flashback ci ritroviamo nell’anno 1932, nella località immaginaria di Zubrowka, tra le lussuose mura del Grand Budapest Hotel. Protagonisti delle vicende sono Gustave H (Ralph Fiennies), eccentrico e raffinato concierge che intrattiene relazioni amorose con clienti ricche e attempate, e Zero Moustafa (Tony Revolori) facchino tutto fare, destinato a diventare proprietario del Grand Budapest. Le vite dei due personaggi sono in procinto di cambiare quando Madame D. (Tilda Swinton), una delle amanti di Gustave H, muore misteriosamente, lasciando in eredità all’amato un quadro dall’inestimabile valore. Questo dono scatena la furia dei congiunti della defunta, disposti persino ad assoldare un killer (Willem Defoe) pur di non vedere il dipinto nelle mani di Monsieur Gustave. Catapultati in questa rocambolesca avventura, i due non dovranno preoccuparsi solo dei meschini sotterfugi architettati da Dimitri (Adrien Brody), il figlio di Madame D., ma anche della presenza sempre più ingombrante di una misteriosa dittatura che non può non ricordare l’ascesa del Nazismo.

Come anticipavo, Anderson sa rendersi riconoscibile e nulla parrebbe essere cambiato dai tempi dei Tenenbaum (2001) a oggi: l’estetica, i colori, la direzione degli attori (attori come Bill Murray, Owen Wilson, Jason Schwartzman che sono ormai dei feticci per il regista), le simmetrie e i temi che, non a caso, sono perfettamente in linea con gli intenti di questa rassegna. Anderson, con Grand Budapest Hotel, sembrerebbe aver raggiunto un punto di svolta. Dopo averci parlato per anni di famiglie disfunzionali, di padri assenti, di madri impotenti e di figli ribelli, il cineasta porta sullo schermo un rapporto sano e sincero, quello tra Gustave H e Zero Moustafa, uniti da un legame che non ha bisogno del sangue per essere autentico. In antitesi troviamo ancora una volta la famiglia tradizionale interessata solo al denaro e totalmente indifferente alla perdita di Madame D.

Grand Budapest Hotel è un film che deve essere visto e ammirato, deve essere visto perché Wes Anderson non è solo un regista per hipster ma è un Autore di talento e ammirato per l’attenzione ai dettagli, ai costumi, alle musiche e per le sue simmetrie maniacali. Grand Budapest Hotel tra l’altro è stato il primo film di Anderson che ho visto ed è stato colpo di fulmine tanto che ho divorato in pochissimi giorni tutte le sue opere ma se posso permettermi, consiglio a quei pochi che ancora non hanno avuto modo di conoscerlo di ripercorrere la sua filmografia dall’inizio per capire sino in fondo l’evoluzione di questo genio e delle storie che mette in scena.

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